Manuale d’amore
pubblicato in registi, visioni
Quando il cinema italiano non si piange addosso. Quando sa (far) ridere, quando scherza con passato presente e futuro in modo intelligente. Quando sa indietreggiare, ritagliarsi cinque minuti di pausa. Quando sa riflettere sulle banalità, nel modo più ovvio e genuino possibile. Questo è un buon film perché Veronesi conosce il senso della misura, perché calca la mano solo in certe sequenze - e lo fa con gusto - e perché scrive a quattro mani una sceneggiatura coerente e senza neanche una caduta, una storia piccola e sincera che ha il coraggio di mettere in scena, con disarmante semplicità, quattro minuscoli, ridicoli, confusi e pericolosi amori, concatenati come origami. E allora viene da chiedersi: era tanto difficile? Perché aspettare tanto? Cos’aveva - fino ad ora - il cinema italiano di tanto salottiero da continuare a versare lacrime su se stesso e trasudare spocchia, costringendo attori e attrici a sussurrare dialoghi da ciarlatani, voce bassa e sopracciglia aggrottate, in un continuo ed eterno dramma da piccolo commediante? Basta la spontaneità di Silvio Muccino, che farfuglia diminutivi con quel timido accento romanesco per bene, i capelli a fungo atomico, i duetti con l’amico Dante. Bastano un paio di dialoghi sinceri, sputati a raffica dall’arruffato e straordinario Sergio Rubini, tra le lacrime di una splendida Margherita Buy, la migliore attrice della Penisola. Bastano gli schiaffi scriteriati e le botte disperate di Luciana Litizzetto, tradita dal marito, e quel sorriso dispettoso a piedi scalzi che ha il sapore della vendetta più che del perdono. E bastano gli occhi smunti e avviliti di Carlo Verdone, le sue camminate in punta di piedi, vederlo tutto solo in quella gabbia de fero, una casa meravigliosa che non ha più senso. Ridicolo, confuso, pericoloso come l’amore. L’episodio migliore? la crisi. Il punto di svolta: la catarsi di Verdone, che fa il morto nell’acqua. L’abbandono soffre di troppe disavventure comiche iniziali, ma sul finale - con quel sole tagliato a trenta gradi sul filo del crepuscolo - la messa in scena è davvero bella, e il film tocca la sua piccola vetta lirica, senza pretese, aiutato dal pianoforte di sottofondo, come nei campi lunghi di Moretti. Ci vuole tanto così per fare un buon film, e Veronesi ci è riuscito.