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Sin City
 pubblicato in visioni

Quanto ha senso scrivere di un film tratto da un fumetto che mi è totalmente estraneo? Poco o nulla, per chi crede che carta e celluloide formino un legame linguistico e narrativo talmente inestricabile da non poter prescindere da nessuna delle due. Molto, per chi - come me - è portato a pensare che un film sia una cosa, e un fumetto - un libro, un racconto - tutt’altra. Sin City si colloca esattamente al centro. E’ un’opera che prende vita traslando il genio pittorico di Frank Miller sullo schermo: lo fa con puntiglio filologico e un certo gusto per l’esasperazione, linfa necessaria per la resa cinematografica. Brillante, nitida, stagliata in un bianco e nero pennellato su volti e strade, la fotografia si impadronisce della scena, arricchisce corpi e sguardi, e ogni sequenza è un concetto a sé. Sovrabbondante, eccessivo, ipertrofico, strafatto come i suoi protagonisti, Sin City è qualcosa che va oltre il film: ne supera i limiti della messa in scena, e si colloca a metà tra un noir, un fumetto, un cartone animato, un quadro. Così, più che un’opera d’arte, è un progetto. Un mirabile, lezioso esperimento che nasce e che muore nel giro di centoventi minuti, sin troppo stereotipato per entrare nella Storia. Con un cast ricchissimo e una musica da supereroi, Sin City è spassoso, divertente e stracolmo di sequenze che ti riempiono il cuore e la vista. Però poi finisce, e va bene così.

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