La ragazza del lago
pubblicato in visioni
La ragazza del lago è una ragazza nuda e senza vita adagiata alle spalle di uno specchio d’acqua glaciale e sonnolento, sulle sponde verdi di un lago di montagna, rinvenuta per caso come una Laura Palmer nostrana, bellissima e innocente. E’ coperta da una giacca, e il modo in cui è sistemata è il primo di una serie di indizi da cui muove il commissario Sanzio, padre solitario di una ribelle e dolcissima Francesca e compagno di vita, sconfitto e rassegnato, di una donna che non lo riconosce neanche più. Il film del debutto di Molaioli ha una doppia personalità cromatica, una sorta di schizofrenia del colore (e del genere): la prima parte segue lo schema del giallo con un delitto e una cerchia di sospettati avvolti nei cappotti della fredda provincia, a metà tra Pupi Avati e Twin Peaks; la seconda mette in scena il dramma nero dei rapporti familiari, e il registro si fa gravissimo. Sempre più contaminato dalle visioni oniriche del commissario e da interrogatori lunghi e disperati, incalzato da una colonna sonora fatta di suggestioni elettroniche ridondanti, il film forse affonda negli stereotipi del classico melodramma italiano, e delude di poco le aspettative. Anche perché, tirando le somme, si ha la sensazione che la messa in scena non possa prescindere dalla presenza di Toni Servillo, che costruisce un personaggio padre-poliziotto con la bravura di un maestro. Cupo, torvo, accigliato eppure così innocente nella sua bontà d’animo, emoziona lo spettatore anche solo con un sorriso, quando riesce ad estrarlo come un numero fortunato da un’urna strapiena di rancori e dolore silenzioso, ed è sua la battuta-chiave più bella del film: “chi l’ha uccisa doveva amarla”.
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