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Have a great 2008
 pubblicato in suoni, vita

Vic ChesnuttEntro in una casa per il veglione di fine anno e dico: “mi sto ascoltando Vic Chesnutt“. Come se fosse un libro (”mi sto leggendo Italo Svevo”), tanto per conferire una sorta di ingannevole continuità ad un atto che, a differenza della lettura, è il più delle volte microscopico, relegato negli anfratti di qualche scampolo di tempo libero, confinato all’utilizzo sempre più vincolante di un computer, di microcasse da mensoletta e di lettori mp3 che si preoccupano di rintracciare le copertine degli album mentre regoliamo il volume, quasi fossero cimeli da archeologia intellettuale - perché le copertine dei cd ormai le guardiamo solo nei negozi, prima di uscire senza aver acquistato (più) nulla. “Mi sto ascoltando Vic Chesnutt” è una frase che non ha alcun senso se non quello di manifestare una propria sgangherata (e temporanea) appartenenza allo scenario dei conoscitori-fruitori di certa musica e perciò, dopo averla pronunciata, non vediamo l’ora che faccia capolino qualche smorfia di chi non ha capito cosa hai detto (”vic che?“) per avere la scusa - servita su un piatto d’argento - di riempirsi la bocca non solo di dolci di Natale, ma anche di parole come “è un cantautore americano, Florida… chitarra e voce, intimista, cioè perché a me piacciono le canzoni un po’ folk, sai quelle che puntano sul testo, senza troppe velleità armoniche” e ridacchiare sotto i baffi (nel caso li avessimo) per il gusto di aver confuso ancora di più il nostro interlocutore, vomitandogli addosso l’ennesimo esercizio di stile pseudo-intellettuale che per cinque minuti cinque ci ha tenuti al centro dell’attenzione. Salvo poi tornare ai giochi e scoprire di aver perso sessanta euro al mercante in fiera.

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