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0 La guerra dei mondi
 June 30th, 2005

Beh, cosa dire. E’ un film di Spielberg. E, come tutti i film di Spielberg, è splendidamente fotografato, diretto, montato e interpretato. C’è una cosa, tuttavia, che lo distingue dagli altri capolavori del regista statunitense. La guerra dei mondi è un freddo e documentale resoconto di una invasione - o, come dice uno spiritato Tim Robbins, di uno sterminio. Glaciale come i pezzi d’asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L’invasione è un colpo durissimo per tutta l’umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell’istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell’assalto all’automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Molto del girato è con la camera a spalla, ma Spielberg si fa notare subito nel primo piano sequenza che dall’alto arriva fino alla cabina della gru, e non sarà l’unico. Tom Cruise è decisamente una spanna sopra gli altri (e non è doppiato dalla solita voce di cazzo), mentre Dakota Fanning eccelle in spontaneità in un bellissimo duetto col padre nella scena della spina. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L’istinto di demolizione. Perchè le cose non si fanno e disfanno a caso.

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0 Batman Begins
 June 20th, 2005

Batman Begins è uno di quei film che molti sarebbero pronti a riconoscere come "americanata", etichetta assai inflazionata durante gli anni ottanta e novanta, fatta di inseguimenti, sparatorie, esplosioni, cliché narrativi e banalità più o meno coinvolgenti, tutto all’insegna del puro divertissement. Il terzo, "importante" lungometraggio di Christopher Nolan non si allontana di molto dagli stilemi classici dell’action movie hollywoodiano e, dopo un primo tempo intellettualmente vivace tutto centrato sul tema della paura, rovina in una seconda parte terribilmente banale in cui una psicologia qualunquista da quattro soldi vorrebbe mettere parola sugli ancestrali, irrisolti problemi di connivenza tra politica e criminalità, facendo largo uso di facili simbologie e irritando per l’abuso reiterato e continuo di cliché drammaturgici triti e ritriti (ciascuno ripete, dopo qualche tempo, la "frase" dell’altro - su tutte il ritornello "sono/sei quello che faccio/fai che mi/ti qualifica"). Questo film non ha nulla dell’oscurità e della tensione rarefatta del capolavoro di Tim Burton, né la furia iconoclasta e barocca del secondo scalcagnato episodio. Eppure è un film ambizioso, che fa della propria ambizione la sua più eloquente condanna, confusionario com’è nella messa in scena (non basta muovere a caso la macchina da presa per coinvolgere lo spettatore in un combattimento) e nella struttura narrativa (il "problema" Falcone, imperante per un’ora intera, viene totalmente abbandonato dopo un "arresto" durato una manciata di minuti), mal recitato (la pur graziosa fidanzata di Tom Cruise è restata ai tempi in cui chiacchierava con Dawson che non si può più dormire insieme nello stesso letto) e "epico" fino al midollo grazie ad una colonna sonora trascinata per le lunghe. Il cast folgorante e di tutto rispetto non basta a rinsavire le sorti di un film riuscito a metà, che affanna tra il fascino di una prima parte tutto sommato molto gradevole e la rozzezza degli ultimi quaranta minuti, fracassoni e insignificanti. Sbigottito dalle recensioni esaltanti di alcuni stimati colleghi e sostanzialmente in armonia con infamous, vi saluto e vado a dormire.

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0 Sin City
 June 5th, 2005

Quanto ha senso scrivere di un film tratto da un fumetto che mi è totalmente estraneo? Poco o nulla, per chi crede che carta e celluloide formino un legame linguistico e narrativo talmente inestricabile da non poter prescindere da nessuna delle due. Molto, per chi - come me - è portato a pensare che un film sia una cosa, e un fumetto - un libro, un racconto - tutt’altra. Sin City si colloca esattamente al centro. E’ un’opera che prende vita traslando il genio pittorico di Frank Miller sullo schermo: lo fa con puntiglio filologico e un certo gusto per l’esasperazione, linfa necessaria per la resa cinematografica. Brillante, nitida, stagliata in un bianco e nero pennellato su volti e strade, la fotografia si impadronisce della scena, arricchisce corpi e sguardi, e ogni sequenza è un concetto a sé. Sovrabbondante, eccessivo, ipertrofico, strafatto come i suoi protagonisti, Sin City è qualcosa che va oltre il film: ne supera i limiti della messa in scena, e si colloca a metà tra un noir, un fumetto, un cartone animato, un quadro. Così, più che un’opera d’arte, è un progetto. Un mirabile, lezioso esperimento che nasce e che muore nel giro di centoventi minuti, sin troppo stereotipato per entrare nella Storia. Con un cast ricchissimo e una musica da supereroi, Sin City è spassoso, divertente e stracolmo di sequenze che ti riempiono il cuore e la vista. Però poi finisce, e va bene così.

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grazie, davvero » se il mondo fosse chiaro, l'arte non esisterebbe
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