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0 The Ring 2
 April 17th, 2005

Due cose molto belle: la prima è la sequenza dei cervi assassini, stupendamente hollywoodiana e carica di quel pathos scalpitante e furioso che strizza un po’ l’occhio a Jurassic Park, e omaggia con un bel senso della misura il cavallo impazzito di Gore Verbinski; la seconda è la scena della vasca da bagno, un vero capolavoro di stregoneria, con tutto quello sciabordio infinito di bollicine cristallizzate sul soffitto che infine piomba giù con una forza esplosiva da far tremare lo schermo, e lascia lo spettatore annichilito e indifeso con gli stessi occhi umidi e impauriti di Rachel e figlio. Il resto è tutto in penombra e la sceneggiatura - consentitemi il gioco di parole - fa davvero acqua ovunque, ed è un peccato. Hideo Nakata, maestro di suggestioni oniriche e acquatiche, con quel Dark Water che è il suo piccolo gioiellino sul curriculum, comincia qui la propria carriera in terra americana, ma sembra voler collezionare avidamente tutti gli effetti speciali a disposizione distribuendoli in ogni sequenza, come se non potesse farne a meno. E neanche il cognome dello sceneggiatore - che evoca incubi di ben altra e consolidata memoria - lo aiuta a trasformare in vera furia onirica uno script con tante potenzialità. Una delusione.

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0 Manuale d’amore
 March 23rd, 2005

Quando il cinema italiano non si piange addosso. Quando sa (far) ridere, quando scherza con passato presente e futuro in modo intelligente. Quando sa indietreggiare, ritagliarsi cinque minuti di pausa. Quando sa riflettere sulle banalità, nel modo più ovvio e genuino possibile. Questo è un buon film perché Veronesi conosce il senso della misura, perché calca la mano solo in certe sequenze - e lo fa con gusto - e perché scrive a quattro mani una sceneggiatura coerente e senza neanche una caduta, una storia piccola e sincera che ha il coraggio di mettere in scena, con disarmante semplicità, quattro minuscoli, ridicoli, confusi e pericolosi amori, concatenati come origami. E allora viene da chiedersi: era tanto difficile? Perché aspettare tanto? Cos’aveva - fino ad ora - il cinema italiano di tanto salottiero da continuare a versare lacrime su se stesso e trasudare spocchia, costringendo attori e attrici a sussurrare dialoghi da ciarlatani, voce bassa e sopracciglia aggrottate, in un continuo ed eterno dramma da piccolo commediante? Basta la spontaneità di Silvio Muccino, che farfuglia diminutivi con quel timido accento romanesco per bene, i capelli a fungo atomico, i duetti con l’amico Dante. Bastano un paio di dialoghi sinceri, sputati a raffica dall’arruffato e straordinario Sergio Rubini, tra le lacrime di una splendida Margherita Buy, la migliore attrice della Penisola. Bastano gli schiaffi scriteriati e le botte disperate di Luciana Litizzetto, tradita dal marito, e quel sorriso dispettoso a piedi scalzi che ha il sapore della vendetta più che del perdono. E bastano gli occhi smunti e avviliti di Carlo Verdone, le sue camminate in punta di piedi, vederlo tutto solo in quella gabbia de fero, una casa meravigliosa che non ha più senso. Ridicolo, confuso, pericoloso come l’amore. L’episodio migliore? la crisi. Il punto di svolta: la catarsi di Verdone, che fa il morto nell’acqua. L’abbandono soffre di troppe disavventure comiche iniziali, ma sul finale - con quel sole tagliato a trenta gradi sul filo del crepuscolo - la messa in scena è davvero bella, e il film tocca la sua piccola vetta lirica, senza pretese, aiutato dal pianoforte di sottofondo, come nei campi lunghi di Moretti. Ci vuole tanto così per fare un buon film, e Veronesi ci è riuscito.

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0 Le avventure acquatiche di Steve Zissou
 March 12th, 2005

Stevezi (stìvzi) lo chiama il figlio, o meglio il quasi-figlio, dato che il padre spara a salve, presumibilmente per la troppa vita passata in acqua. L’ultimo film di Wes Anderson, regista statunitense del coloratissimo e sottovalutato I tenenbaums, è la storia di un uomo arrugginito negli affetti - matrimonio fallito e sguardo convalescente sul mondo - che ritrova nel martellante dubbio di una lontana paternità e nel sommesso tentativo di vendicare la morte dell’amico - masticato da un fantastico squalo giaguaro - le iniezioni tonificanti per una nuova avventura di vita. Girato tra le splendide cornici del golfo di Napoli, Ponza e Ravello, questo The Life Acquatic with Steve Zissou è un’opera che ha il pregio di dividere il pubblico a metà, vuoi per il registro fumettistico, vuoi per la continua sospensione di incredulità che esige come requisito di fondo. Eppure, è così difficile non affezionarsi ai personaggi - sgangherati e irriverenti, dalle mille sfumature o da nessuna - tra i quali spicca a mò di periscopio uno strepitoso Bill Murray, barba incolta e sguardo disilluso e fiero, padre innamorato non solo del figlio (Owen Wilson) e della moglie da riconquistare (Anjelica Houston) ma di tutto l’equipaggio della Belafonte. Tra tutti, Klaus (Willem Dafoe), l’ingegnere ex-conducente di autobus - tronfio e orgoglioso eppure continuamente alla ricerca di affetto - e Jane (Cate Blanchett), cronistucola superba e piagnucolona, sono i due personaggi più riusciti. Ed è stato bello rivedere Jeff Goldblum dare vita, con pochi gesti, ad un miliardario eccentrico e altezzoso, ma in fondo pieno di umanità. Nota di merito alla colonna sonora, che scivola delicatamente su tutto lo spazio diegetico del film per mano di Pelè (Seu Jorge), fisico-musicista di colore che interpreta in portoghese alcune delle più belle canzoni di David Bowie.

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grazie, davvero » se il mondo fosse chiaro, l'arte non esisterebbe
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