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0 Million Dollar Baby
 February 25th, 2005

Ho voluto metabolizzarlo. Assimilarlo, respirarci su, distogliere lo sguardo - guardare altrove - sentirlo riaffiorare ogni giorno. Million Dollar Baby è il film più bello che abbia visto da diversi anni a questa parte. Se, per amore delle statistiche personali, deve esistere un miglior regista americano vivente, questi è Clint Eastwood. La sua venticinquesima (ora) regia è un’opera di straordinaria intensità e, se l’Oscar davvero valesse qualcosa, meriterebbe di sbaragliare lo scialbo e sopravvalutato film di Scorsese, che non ha la sincerità, il senso della misura, la forza espressiva del capolavoro. Basterebbe tutta la prima parte di Million Dollar Baby - tre vite chiuse in una palestra, cuoio corde guantoni e odore di candeggina - per commuoversi dinanzi a tanta dolcezza, poi la storia prende d’improvviso un’altra piega, la voce fuori campo allenta il piglio e la grande, classica retorica di Eastwood si mescola alla paura, al dubbio, al religioso senso del dovere di dare una svolta alla propria vita, contro ogni morale. Frankie è forse l’uomo più profondo, disilluso, forte, testardo e vincente che ci abbia mai regalato Eastwood, che lavora sulle pause, sulle occhiate, sui sorrisi accennati, su quel modo sciovinista e un po’ curioso di aggrottare le sopracciglia inforcando gli occhiali, con un libro di gaelico ad accompagnarlo come fosse un breviario. Hilary Swank è Maggie, combattiva e tenace, un sorriso ingenuo di disarmante tenerezza, e occhi che sanno invocare aiuto anche dopo una vittoria. Morgan Freeman è Scrap, ex-pugile, voce narrante nostalgica e carica di umanità, che Eastwood riempie con la battuta più significativa del film: nella boxe tutto è innaturale, tutto va al contrario. Come nella vita. Così, il riscatto professionale e personale di due uomini e una ragazza passerà attraverso un dolore irrinunciabile che finirà per dividerli, per sempre, perché è contro la sofferenza che bisogna muoversi, spostare quell’alluce, per imparare a proteggersi.

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0 Manhattan
 February 21st, 2005

Il più bel film di Woody Allen è una straordinaria, viscerale dichiarazione d’amore a una città piena di contraddizioni, bellissima, multiforme, orgogliosa, satura di contrasti come il bianco e nero di Gordon Willis, e maledettamente e classicamente americana come la Rapsodia in Blu di George Gershwin. Abbandonati i panni di improbabile dittatore, di impacciato furfante e di clown chapliniano, Allen orchestra un immenso tributo a Bergman nell’opera che è unanimamente considerata la vetta stilistica di quel complesso percorso iniziato due anni prima con Io e Annie (1977) e proseguito con Interiors (1978). Al suo primo film in bianco e nero, Allen gioca magistralmente con il chiaroscuro disegnando la skyline di New York in immagini di rarissima eleganza, amplificando le suggestioni architetturali della città di cui è innamorato, caricando le inquadrature di una forza lirica raffinatissima, narcisistica e contagiosa che difficilmente troverà spazio nei film successivi.
Al contrario, avvolge tutti i suoi personaggi nel buio delle nevrosi e delle contraddizioni, nelle sfumature della solitudine (Yale non ha il coraggio di lasciare la moglie per una storia che non sa se funzionerà) e del disagio (Mary non sopporta di essere l’amante di un uomo sposato). Non a caso, le uniche superstiti di questa continua ricerca del fuoricampo e del rarefatto sono la ex-moglie (Meryl Streep), che sembra brillare di luce propria, detentrice di una invidiabile integrità morale, e la diciassettenne Tracy (Mariel Hemingway), icona della sensibilità e dell’innocenza, la cui improcrastinabile partenza per Londra - fulcro culturale dell’Europa - metterà in crisi Ike, totalmente in balia dello spettro della contaminazione, ipocondriaco di razza persino nel difendere le radici americane. Manhattan è un capolavoro imperdibile, sarcastico divertente e ironico, summa della poetica di Woody Allen. Un piacere per gli occhi e per la mente, una difesa contro tanto scapestrato cinema moderno, da assumere almeno una volta al mese. Prima e dopo i pasti.

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0 Un mondo perfetto
 February 9th, 2005

In attesa che Million Dollar Baby vada a contendersi le statuette con The Aviator nella imminente, festosa e immancabile celebrazione del mito hollywoodiano, sarebbe un delitto non cogliere l’occasione per un meritato tributo al più classico e indipendente tra i cineasti americani, una maschera piena di rughe dallo sguardo granitico e inflessibile, autore di alcuni tra i più importanti e significativi film dell’ultimo ventennio. Clint Eastwood, repubblicano fino all’osso ma mille miglia più a sinistra di chi si è sempre rifiutato di guardare i suoi film perché "di destra", ha intrapreso - lentamente, e con crescente consapevolezza - un percorso autoriale straordinariamente coerente, benché pieno di conflitti. Il suo cinema, depositario di un linguaggio che non esiste più (quello degli Hawks, dei Siegel, dei Ford, dei Fuller), è il cinema della tradizione classica americana che si interroga sul presente con la malinconia e la raffinatezza dei grandi romantici, che vive uomini e situazioni con lucida e serena virilità. Un mondo perfetto non sfugge al copione: la struggente storia di un uomo che, dopo essere evaso e aver rapito un bambino, si lancia in una disperata fuga verso la libertà. Kevin Costner è bravissimo a tracciare le linee guida di un personaggio pieno di sfumature. Clint Eastwood, texas ranger disilluso e burbero, conduce la caccia ma è come se facesse di tutto per tenersi fuori: in un mondo "perfetto", i buoni vincono sempre sui cattivi, anche quando non serve.

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grazie, davvero » se il mondo fosse chiaro, l'arte non esisterebbe
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